Aisthesis-Aesthetica-Ποιείν


La scelta di passare alla cura di un sito di estetica è stata dettata dalla solita spinta che viene dal profondo e che si “impone” per la forza con cui “preme” sulla coscienza, con i contenuti magmatici che affollano la mente assieme ai nessi stringenti che sempre più chiaramente si presentano alla coscienza stessa, grazie al lavoro della riflessione.
Mi appare distintamente ora un “disegno”: l’interesse per le teorie del sentire e per quelle della persona si trasforma in interesse per la sensibilità in generale e per la sensibilità estetica. Al di là e oltre l’emozione estetica, conta finalmente il giudizio estetico.
Senza trascurare le teorie generali dell’arte, della letteratura e del linguaggio, l’interesse maggiore è rivolto alle teorie che valorizzano i modi della produzione e quella della fruizione, situandoli sempre sullo sfondo sociale: funzione estetica, norma e valore sono fatti sociali.

Aisthesis, perché ci preme soprattutto esplorare il dominio della sensibilità, del nostro comune sentire che si fa esperienza estetica, assunzione consapevole del significato e del valore dei prodotti del nostro fare.
I Greci hanno distinto tra Πράττειν, Ποιείν, Δράν, tra agire politico, fare artistico, agire tragico. Il fare degli artisti è un produrre creativo che non è un agire, ma un esprimere il mondo personale così come lo vede l’artista di un’epoca data. Del poiein ci interessa il processo della creazione, i modi della creazione, l’opera compiuta, la presenza di un fruitore, che ricrea per sé il mondo dell’artista.
Rivolgeremo lo sguardo più alla sensibilità dello ‘spettatore’ che all’opera rappresentata. L’educazione della sensibilità, la cura di sé, la filosofia come esercizio di trasformazione, l’espressività e la fenomenologia del sentire, le pratiche di risveglio e autotrascendimento, il prendersi cura del mondo e la cura del desiderio si riassumono nella Περιαγωγή, nella conversione della singolarità della persona verso il compito della propria liberazione dai ceppi dell’ignoranza e della menzogna.

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Prima ancora di parlar d’arte e della sua fruizione estetica e di ricezione e di emozione estetica, occorre chiedersi cosa significhi per noi fare esperienza.

Sicuramente, non sarà un fatto quantitativo – di esperienza appunto, che poi si riduce ad aver fatto molte esperienze!, come amavano dire i vecchi di una volta. Le esperienze possedute costituivano un tempo un sapere della vita che si traduceva con il tempo in un sapere per la vita: chi aveva più esperienza aveva da trasmetterne. Sapere equivaleva a conoscere la vita: sapere come inevitabilmente si sarebbe svolta. L’età da sola comportava sapere ed esperienza. Oggi – come direbbe Kundera – vecchi e giovani sono due continenti destinati a non incontrarsi mai. Ognuno di noi affacciandosi alla vita ha da scoprire tutta la vita. Sembra che tutto il sapere che pure abbiamo accumulato non possa servire in nessun modo alle altre esistenze che guardano nella stessa direzione. Ci affanniamo poi a far conoscere ai giovani la meta. E quando non ci riusciamo, indichiamo la direzione, con la speranza che si decidano a guardare nella stessa direzione verso la quale siamo rivolti noi. Fare esperienza è possibile a condizione che ognuno di noi si appropri della propria esperienza, e appropriarsi della propria esperienza significa categorizzare il sentire, dare un nome a tutti i moti dell’anima, per acquistarne coscienza e per vincere la sfida del senso vissuto: quello che, infatti, sembra appartenerci di più – il ‘vissuto’, l’esperienza (ri)vissuta – è costante materia di contesa, giacché la memoria opera in direzioni spesso sbagliate, perdendosi nel passato o nel futuro, senza trovare il modo di consistere nel presente, che è il ‘luogo’ dal quale soltanto è possibile vincere la battaglia del senso. Se non siamo in grado di dare un nome alle nostre emozioni e descrivere la profondità del nostro sentire, il nostro sentimento del tempo e delle cose e delle persone, riusciremo a vivere adeguatamente l’esperienza estetica, ricreando in noi i mondi possibili che l’arte crea per noi? Riusciremo a dire tutto ciò a cui l’arte allude, che presuppone, che indica, che cerca di dire?

E’ possibile andare mille volte al cinema e continuare a non comprendere la natura dell’opera, il suo carattere composito, ma soprattutto lo sguardo dello spettatore, l’importanza dello sguardo nella fruizione estetica. Noi postuliamo qui la ‘necessità’ di una educazione estetica, cioè una educazione del sentire, in assenza della quale ‘avvertiremo’ frammenti di senso, riceveremo sicuramente impressioni dall’arte, ma non approderemo tanto facilmente – consapevolmente – all’emozione estetica. Il Lettore esperto di cui parlava Umberto Eco è il ‘risultato’ della formazione, non dell’occasione offerta dal contatto occasionale, per quanto ripetuto, con l’opera d’arte.
Un incontro che segnerà tutta la nostra vita costituisce esperienza, è fare esperienza di una persona, comprenderne il significato: attribuirle un significato. Che sarà poi il significato che quella persona rivestirà solo per noi, presso di noi, a partire dall’esperienza che noi ne facciamo. Insomma, l’esperienza estetica è la semplicità dello sguardo, è il confine stesso dello sguardo, il darsi dell’oggetto all’interno di un’esperienza che si sa consapevole di sé, che esprime attraverso l’emozione estetica le costellazioni di senso entro le quali confluisce tutta l’esperienza personale.
Arte e arti, tutte le arti; la storia dell’arte; teoria generale dell’arte; sensibilità, immaginazione, fantasia, immagine, figura, simbolo… Una teoria estetica è postulata dalle estetiche filosofiche come dalle estetiche non filosofiche. Etica ed estetica si incontrano nei cieli delle teorie, fino a vedere confuso il loro oggetto: entrambe avrebbero a che fare con l’ineffabile. Invisibile, indicibile, ineffabile, inesprimibile, tuttavia, sono concetti che vanno ridefiniti, alla luce delle teorie dell’arte come del linguaggio. Ogni epoca ha una propria estetica, ma anche più di una. Al di sopra dell’opera e del genere e della poetica, possiamo sempre risalire ad un’estetica che sia presupposta da opera, genere, poetica. Autonomia ed eteronomia, avanguardia e tradizione… Bello, brutto, sublime. Genere, autore, opera, lettore, fruitore, critico, pubblico, destinazione dell’opera. Rendere conto della natura e della realtà dell’Estetica è sicuramente possibile a partire dall’esperienza estetica, dalla creazione artistico-letteraria alla presenza del fruitore, al lettore esperto.

14 marzo 2018

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Nella Prima lezione di estetica, Givone dice due cose: “La verità tollera la contraddizione” ed “E’ tutta questione di luce”.

Dopo il Diario delle posizioni e gli Esercizi spirituali, ritengo di dover assegnare oggi la riflessione sull’esperienza personale al Discorso estetico. Se la prima espressione serviva a fissare su un quaderno cinese le prese di posizione teoriche, la seconda alludeva meglio alla cura di sé, al lavoro educativo che mirava a rimuovere gli ostacoli sul cammino di liberazione personale.

La parola, finalmente, si accampa sulla scena (quasi) libera da timori e angosce. La parola – ben distinta dalla lingua – è l’effetto di senso, l’effetto-soggetto che io sono, come risultato della causalità metonimica che istituisce la catena dei significanti lungo la quale si dislocano le identificazioni nel tempo (immaginario), sotto la spinta del simbolico e del reale. La ‘fonte’ è il Lacan del nodo borromeo e del Seminario XVII, con la produzione dei quattro discorsi.

Il dominio dell’Estetica copre un territorio esteso, fino a coincidere con tutta la Filosofia, secondo autorevoli studiosi del nostro tempo, da Garroni a Cacciari a Rella. Dalle loro cattedre, che portavano e portano il nome di Estetica, ci parlano di tutta la Filosofia.

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